A centenarian being dragged in a Bath chair around the Great Exhibition in London

From Giuseppe Tomasi di Lampedusa’s The Leopard (Il Gattopardo), the opening to the novel’s great set-piece analysis of Sicily and, more particularly, its failings. I feel there’s more of Lampedusa here than of his character and likely more of post-WW2 than of 1860 – but that only modifies how you engage with the argument.

“Just listen to me, Chevalley, will you? If it were merely a question of some honor, a simple title to put on a visiting card, no more, I should be pleased to accept; I feel that at this decisive moment for the future of the Italian State it is the duty of us all to support it, and to avoid any impression of disunity in the eyes of those foreign States which are watching us with alarm or with hope, both of which will be shown unjustified but which do at the moment exist.”

“Well, then, Prince, why not accept?”

“Be patient now, Chevalley, I’ll explain in a moment; we Sicilians have become accustomed, by a long, a very long hegemony of rulers who were not of our religion and who did not speak our language, to split hairs. If we had not done so we’d never have coped with Byzantine tax gatherers, with Berber Emirs, with Spanish Viceroys. Now the bent is endemic, we’re made like that. I said ‘support,’ I did not say ‘participate.’ In these last six months, since your Garibaldi set foot at Marsala, too many things have been done without our being consulted for you to be able now to ask a member of the old governing class to help develop things and carry them through. I do not wish to discuss now whether what was done was done well or badly; for my part I believe it to have been done very badly, but I’d like to tell you at once what you’ll understand only after spending a year among us.

“In Sicily it doesn’t matter whether things are done well or done badly; the sin which we Sicilians never forgive is simply that of ‘doing’ at all. We are old, Chevalley, very old. For more than twenty-five centuries we’ve been bearing the weight of a superb and heterogeneous civilization, all from outside, none made by ourselves, none that we could call our own. We’re as white as you are, Chevalley, and as the Queen of England; and yet for two thousand and five hundred years we’ve been a colony. I don’t say that in complaint; it’s our fault. But even so we’re worn out and exhausted.”

Chevalley was disturbed now. “But that is all over now, isn’t it? Now Sicily is no longer a conquered land, but a free part of a free State.”

“The intention is good, Chevalley, but it comes too late; and anyway I’ve already said that it is mainly our fault. You talked to me a short while ago about a young Sicily facing the marvels of the modern world; for my part I see instead a centenarian being dragged in a Bath chair around the Great Exhibition in London, understanding nothing and caring about nothing, whether it’s the steel factories of Sheffield or the cotton spinners of Manchester, and thinking of nothing but drowsing off again amid beslobbered pillows and with a pot under the bed.”

He was still talking slowly, but the hand around St. Peter’s had tightened and later the tiny cross surmounting the dome was found snapped. “Sleep, my dear Chevalley, sleep, that is what Sicilians want, and they will always hate anyone who ‘tries to wake them, even in order to bring them the most wonderful of gifts; and I must say, between ourselves, I have strong doubts whether the new Kingdom will have many gifts for us in its luggage. All Sicilian expression, even the most violent, is really wish-fulfillment: our sensuality is a hankering for oblivion, our shooting and knifing a hankering for death; our laziness, our spiced and drugged sherbets, a hankering for voluptuous immobility, that is, for death again; our meditative air is that of a void wanting to scrutinize the enigmas of nirvana. That is what gives power to certain people among us, to those who are half awake: that is the cause of the well-known time lag of a century in our artistic and intellectual life – novelties attract us only when they are dead, incapable of arousing vital currents; that is what gives rise to the extraordinary phenomenon of the constant formation of myths which would be venerable if they were really ancient, but which are really nothing but sinister attempts to plunge us back into a past that attracts us only because it is dead.”


“Stia a sentirmi, Chevalley; se si fosse trattato di un segno di onore, di un semplice titolo da scrivere sulla carta da visita e basta, sarei stato lieto di accettare; trovo che in questo momento decisivo per il futuro dello stato italiano è dovere di ognuno dare la propria adesione, evitare l’impressione di screzi dinanzi a quegli stati esteri che ci guardano con un timore o con una speranza che si riveleranno ingiustificati ma che per ora esistono.” “Ma allora, principe, perché non accettare?” “Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò; noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto ‘adesione’ non ‘partecipazione’. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.”

Adesso Chevalley era turbato. “Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la Sicilia non è più terra di conquista ma libera parte di un libero stato.”

“L’intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra; Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s’impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto.”

Parlava ancora piano, ma la mano attorno a S. Pietro si stringeva; l’indomani la crocetta minuscola che sormontava la cupola venne trovata spezzata. “Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semidesti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.”

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